IL MARTIRE: CONDANNATO A MORTE PERCHÈ TESTIMONE

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Sappiamo bene come Oronzo sia divenuto intrepido annunciatore del Vangelo di Gesù Cristo non soltanto tra i suoi, tra la sua gente, ma spingendosi anche oltre il Salento: pare sia giunto persino a Roma e a Corinto, dove ha avuto modo di incontrare Paolo e ricevere da lui il mandato ad essere il primo vescovo di Lecce. Ovviamente, una presenza così forte come quella di Oronzo, deve essere risultata scomoda agli occhi dei sovrintendenti imperiali presenti sul territorio salentino. La persecuzione nei confronti di Giusto e Oronzo diventa ferrea fino a giungere alla cattura e alla condanna. L’accusa sarà stata pressoché questa: “alto tradimento nei confronti degli dei dell’impero”. I due testimoni del Vangelo vengono imprigionati nella città di Lecce e per circa 11 giorni, così racconta la tradizione, vengono vessati e torturati fino a quando, il 26 agosto dell’anno 68 d. C., sono condotti a circa tre chilometri fuori dalla città dove viene eseguita la pena capitale. Oronzo e Giusto sono così decapitati presso quella che noi oggi riconosciamo come località “te la capu te Santu Ronzu”.

Conosciamo bene il significato della parola “martire”: testimone. Oronzo ci ricorda che il martirio non avviene come espressione di un atto di generosità unico e di un solo istante. Oronzo da quando ha abbracciato la fede in Cristo Gesù ha vissuto sempre e costantemente da martire, cioè ha continuamente testimoniato con le parole e la vita il Vangelo. Oronzo, ancora oggi, a noi che siamo la sua discendenza ci consegna una fede da viversi nell’audacia del martirio.

Clipboard01Papa Francesco, nel commentare durante un Angelus del mese di luglio il vangelo domenicale ha avuto da dire parole forti sul senso e il significato del martirio anche ai giorni nostri. Gesù indica concretamente cosa fare: “Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze”. “Questo si chiama martirio”, ha detto il Papa. “Fare la lotta, tutti i giorni, per testimoniare. Questo è martirio. E ad alcuni il Signore chiede il martirio della vita. Ma c’è il martirio di tutti i giorni, di tutte le ore: la testimonianza contro lo spirito del male che non vuole che noi siamo evangelizzatori. Una lotta contro la tristezza, contro l’amarezza, contro il pessimismo. Seminare non è facile ma è bello raccogliere”.

E la Chiesa vanta innumerevoli e luminose figure di “seminatori”. I nostri patroni e protettori sono parte di questa scia luminosa. “In duemila anni sono una schiera immensa gli uomini e le donne che hanno Sacrificato la vita per rimanere fedeli a Gesù Cristo e al suo Vangelo. E oggi, in tante parti del mondo, ci sono tanti martiri, più che nei primi secoli, che danno la propria vita per Cristo, che sono portati alla morte perché non rinnegano Gesù Cristo”.

L’unica cosa che chiede Gesù è dunque di essere accolto e di non essere taciuto. Questo implica l’andare, l’uscire fuori da se stessi per cercare le periferie materiali ed esistenziali. Una volta incontrato il Signore, è impossibile tenere per sé la grazia ricevuta: “Noi abbiamo ricevuto questa grazia gratuitamente; dobbiamo darla, gratuitamente. E questo è quello che, alla fine, voglio dirvi. Non avere paura dell’amore di Dio. Non avere paura di ricevere la grazia di Gesù Cristo, non avere paura della nostra libertà che viene data dalla grazia di Gesù Cristo. Non avere paura della grazia, non avere paura di uscire da noi stessi, non avere paura di uscire dalle nostre comunità cristiane per andare a trovare le 99 che non sono a casa. Andate a mostrare il nostro amore che è l’amore di Dio”.

Stefano Spedicato