articolo ripreso da portalecce

Dopo l’evento dello scorso giugno (LEGGI QUI), la comunità di Ostuni punta a riscoprire un’altra pagina della propria storia attraverso il restauro della bellissima statua argentea del patrono.

 

 

Questo prezioso simulacro – spiega Agostino Buongiorno, presidente dell’associazione culturale Cavalcata di Sant’Oronzonon è un semplice oggetto di culto ma l’emblema vero e proprio della devozione ostunese. Venne realizzato nel 1794 a Napoli dalla famiglia Sansone ed il suo arrivo nella Città bianca segna la tappa forse più importante dell’evoluzione storica della Cavalcata. Come risulta dai documenti dell’epoca, la statua venne infatti scortata dai vaticali, un sodalizio di carrettieri che, nella seconda metà del XVIII sec., costituiva una sorta di cerniera economica fra Ostuni ed i territori vicini. Erano devotissimi del martire che ne proteggeva i traffici. Da allora sono passati più di duecento anni e ci si commuove al solo pensiero di quanti occhi ostunesi hanno ammirato quest’opera, di quante candele le sono state accese dinanzi, di quante preghiere si sono levate al cielo grazie ad essa, di quante mani l’abbiano con amore sfiorata”.

 

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Mirabile potenza dell’arte sacra, verrebbe da dire! Ma si sa che l’iconografia costituisce un capitolo notevole del culto oronziano, soprattutto qui ad Ostuni dove ogni angolo del centro sembra parlare del nostro santo.

 

 

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La statua – commenta mons. Piero Suma, parroco della cattedrale – oggi è venerata in duomo ma, in passato, era custodita dai membri della famiglia Sansone, come testimonia un’epigrafe posta sul retro dell’opera. Essa presenta un Oronzo coi tipici abiti episcopali tridentini che reca il libro delle Scritture ed eleva la mano a benedire.

 

 

Trasferimento statua Ostuni per restauro 3

 

Il pastorale che la accompagna ha un gemello che anticamente veniva impugnato dai vescovi ostunesi durante i riti in memoria del martire e che ora è conservato presso il museo diocesano. Il simulacro ha un’anima in legno, rivestita da argento e con elementi in rame. È una pregevolissima espressione della scuola argentiera napoletana di fine settecento. A quel che risulta non era mai stata oggetto di alcuna azione conservativa. Ma ora la cosa si è resa necessaria. Perciò abbiamo scelto di affidare questo capolavoro alle cure dei restauratori leccesi Marianna Cerfeda e Giuseppe Tritto. Posso assicurare che i tempi di intervento saranno contenuti e che, aldilà della piega dell’emergenza sanitaria in corso, la statua farà ritorno nella nostra cattedrale per i riti di fine agosto”.   

 

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